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CULTURE
MARRUBBIO Parlare Parole Colloqui con
Vittorio G. Rossi In
occasione della cerimonia di celebrazione degli 80 anni della istituzione della
Scuola Nautica della Guardia di
Finanza a Gaeta il 24 novembre sono stati presentati il volume “80 passi
nella Storia”, il libro “ Una Fiamma
Gialla di nome Vittorio G.Rossi” del Ten. Gerardo Severino, Direttore Museo
Storico della Guardia di Finanza, e “ Marrubbio, colloqui con Vittorio
G.Rossi” , quest’ultimo allegato alla rivista TTM di novembre/dicembre 2006. Marrubbio
, edito da L’Automazione Navale con il contributo del cantiere Intermarine in
edizione fuori commercio, è stato curato da Decio Lucano che conosceva molto
bene lo scrittore e giornalista Rossi, artefice e primo comandante della
Scuola Nautica delle Fiamme Gialle a Pola nel 1926. Lucano introduce
la biografia dello scrittore con particolari inediti degli anni sessanta e settanta, sottolineandone la caratura intellettuale e lo sconfinato
rapporto di amore con la gente e con il mare. Nei colloqui, Lucano immagina
di andare a trovare a Santa Margherita Ligure Vittorio G.Rossi nell’estate
del 2006 e di confidarsi e anche sfogarsi con lui sui grandi temi
dell’esistenza, scienza, filosofia, storia, religione, poesia, guerra, etica,
vecchi e giovani e poi il mare, tanto mare di cui le Fiamme Gialle sono state protagoniste eroiche nella
seconda guerra mondiale insieme alla marina militare e mercantile. Nasce
da questi colloqui una immediatezza e una attualità talvolta sconcertanti e
non facili da accettare in un mondo molto discutibile dal lato morale, ma le
risposte sferzanti e profonde di Rossi possono essere istruttive e formative
per le nuove generazioni. Alcune
copie di MARRUBBIO sono ancora disponibili. Chi lo desidera lo può richiedere
al nostro ufficio tel. 010 3724340; fax 010 3726447; e-mail autonav@ttmmagazineonline.com Il
libro sarà inviato gratuitamente fino a esaurimento copie. Genova,
22 gennaio 2007 Magazine
on-line www.ttmmagazineonline.com *** *** *** Pubblichiamo una relazione sulla
cantieristica di Pierangelo Campodonico, direttore del Mu.MA (Istituzione
Musei del Mare e della Navigazione) e del Galata Museo del Mare di
Genova (La riproduzione del testo, anche parziale, è subordinata alla
citazione della fonte www.ttmmagazineonline.com,
ai sensi del Decreto Legislativo 68/03 ad attuazione della direttiva
2001/29/CE sul diritto d’autore che integra l’articolo 65 della legge 633/41,
comma 2) La
cantieristica italiana. Un profilo storico Nella
storia della cantieristica italiana, luoghi e personaggi si intrecciano
insieme. C’è molta storia
nazionale in questa avventura, ma anche storia preunitaria. Ad esempio, a
Sestri Ponente (GE) e a Castellamare di Stabia (NA), le origini dei cantieri
sono molto antiche: i siti dei cantieri attuali, erano usati già da secoli
dai maestri d’ascia, genovesi e napoletani. Quando questi luoghi si
trasformano, tra la seconda metà del Settecento e la prima metà
dell’Ottocento, in cantieri strutturati per varare grandi vascelli da guerra
e mercantili, sono già profondamente innervati nelle economie dei loro
territori: sono, a livello simbolico, i luoghi da cui nascono le navi. La
cantieristica ha una storia lunghissima in Italia: ma il suo passaggio dalla
costruzione in legno – in cui gli italiani furono e, in parte, rimangono
maestri – a quella in ferro e poi in acciaio, è recente e sconta tutte le
contraddizioni che la storia industriale del nostro paese ha avuto: la
mancanza di materie prime, di industrie e, spesso, anche la mancanza di una
classe imprenditoriale. Forse
all’origine della cantieristica industriale italiana bisognerebbe mettere
Cavour: è lo statista piemontese il primo a preconizzare la necessità di
costruire navi in ferro e a vapore, controtendenza rispetto a equilibri
armatoriali e politici legati alla difesa ad oltranza dello statu quo di una flotta vastissima,
quale era quella italiana del tempo, ma quasi completamente in legno e a
vela. Cavour
– grazie al suo amico Rubattino – si rende conto che si è creata e affermata
una dipendenza dall’estero: perché tutte le navi a vapore (allora dette pacchetti a vapore, dall’inglese packet-ship, nave postale) vengono
acquistate all’estero e particolarmente in Inghilterra. La
questione della cantieristica è perciò questione legata al sorgere di una
industria nazionale metallurgica e Cavour spinge perché si dia corso a questi
progetti, in particolar modo a Genova e in Liguria, centro strategico del
Regno di Sardegna, ma già allora cuore economico marittimo di una Italia non
ancora riunita. Da
questa “spinta”, che peraltro viene meno alla morte precoce dello statista,
deriva una trasformazione tumultuosa e complessa del panorama industriale
genovese, allora fondato su due zone, a levante e a ponente della città: il
cantiere della Foce (stabilito e organizzato dai francesi sotto Napoleone) e
i cantieri di Sestri Ponente, dove fianco a fianco, si disputano tratti di
arenile i cantieri in legno dei maestri d’ascia (Calcagno, Briasco, Tixi,
Bozzano…) e nuove realtà meccaniche, come i Cantieri Westermann o, più in là,
a Sampierdarena, il cantiere di Giovanni Ansaldo, brillante ingegnere,
giovanissimo docente di calcolo infinitesiumale. Dalla parte opposta, alla
Foce, presso Porta Pila, la rivoluzione industriale parte dai fratelli
Orlando, profughi siciliani, scappati per ragioni politiche e che proporio a
Genova iniziano la loro attività cantieristica. Saranno loro a varare il
primo piroscafo genovese, il Sicilia, ma trasferiranno successivamente
a Livorno le loro attività, in
seguito alla morte di Cavour e al venir meno delle commesse sarde. I
cantieri della Foce proseguono con Enrico Cravero che, nel giro di pochi anni
sul finire dell’Ottocento, trasforma il vecchio cantiere militare sabaudo in
un moderno complesso industriale. Questo
momento storico è cruciale: a partire dagli anni ’80, infatti, la marina
mercantile in legno è in piena crisi, messa all’angolo dalla rivoluzione
navale che si attua in tutto il mondo: nuove navi, con scafi in acciaio e
motori a triplice espansione, hanno rimpiazzato i piccoli sbuffanti piroscafi
che non erano mai stati ritenuti una seria concorrenza dagli armatori velici.
Queste navi – inglesi, francesi, tedesche – hanno portate fino a 5 volte più
grandi dei maggiori velieri in esercizio e arrivano a portare fino a duemila
emigranti per viaggio. Non solo:
hanno un’autonomia di 10-15 giorni di navigazione (impensabile, fino a
pochi anni prima). Queste
navi trasformano il porto di Genova. Per accoglierle si destina l’ingente
donazione di Raffaele De Ferrari, Duca di Galliera e vengono alzate le
banchine, allungati ponti. Le navi a vela vengono messe in andana, lungo Molo Vecchio: inutili
anche se nuove. Se
le navi a vela non servono più, i cantieri in legno chiudono, e così i
Cadenaccio – costruttori del Cosmos, il più grande veliero in legno
italiano - lasciano spazi, capannoni
e macchine utensili all’Ansaldo, più esattamente al suo Stabilimento
Meccanico Navale che si trasferisce così a Sestri Ponente. Ma
Ansaldo non è sola: alla morte di Enrico Cravero, un nuovo imprenditore,
Attilio Odero subentra e rileva i cantieri meccanici della Foce e di Sestri
Ponente. Odero è un capitano d’industria attivo e ascoltato, di grande peso
nell’estabilishment genovese.
Questo spiega i suoi successi, legati a compagnie genovesi come Navigazione
Generale Italiana e La Veloce, mentre Ansaldo resta al palo, per lo più
legata a commesse militari statali. Sono di Odero, infatti i nomi delle navi
più importanti varate a Genova (Foce), il Savoia
(piroscafo celere di lusso, nella
definizione del tempo e perciò capostipite dei “transatlantici” italiani) e
il Re Vittorio (la nave più grande,
con le sue 7800 t.s.l.) oltre alle navi da emigranti, che hanno fatto la
storia: Città di Torino, Toscana,
Ravenna… Ma
la grande tradizione Odero, passerà a fatica la guerra: le difficoltà della
stagione successiva al conflitto, la ristrutturazione della città e la
soppressione del cantiere della Foce, la porteranno alla chiusura anche del
cantiere di Sestri (sorto sul sito dei Westermann) e questo permetterà
l’allargamento dello Stabilimento Tecnico Navale Ansaldo, uscito – al
contrario degli Odero – fortemente rafforzato dalla guerra e sotto la regia
di un ente di nuova formazione, l’IRI. Ma
lo sguardo sulla realtà genovese non potrebbe essere completo senza
considerare l’altra grande struttura, inserita nella filiera Ansaldo, e cioè
la OAN, acronimo di Officina Allestimento Navi, sorta nella zona ampliata del
porto per una scelta industriale precisa: quella di varare gli scafi nudi” e
poi di allestire (sul modello dei più grandi cantieri inglesi) le navi in
banchina. Scelta
doppiamente felice e innovativa: varare le navi “nude” sgomberava rapidamente
gli scali che restavano a disposizione delle nuove costruzioni e, inoltre,
comportava meno rischi per le nuove navi. Se ne accorgeranno a loro spese
Erasmo Piaggio e l’ing. Tappani, proprietario e direttore di un altro
cantiere navale importante, quello di Riva Trigoso: il 22 settembre 1907,
viene varato il Principessa Jolanda
che, come da tradizione, è completo in macchine e allestimenti degli interni.
Qualcosa va storto e la nave appena in acqua si inclina a sinistra e
lentamente, affonda. Eppure
Piaggio e Tappani sono due straordinari protagonisti della storia della
cantieristica: il cantiere inizia ad operare nel 1897, quando Piaggio, ai
vertici della NGI, decide di rendersi indipedente da fornitori considerati
troppo voraci e poco efficienti. Il primo passo è la realizzazione della
Società Esercizio Bacini, il secondo è la realizzazione di un cantiere navale
in grado di assorbire la maggior parte delle commesse della grande compagnia
di navigazione. E’ un progetto chiaro, quello di una concentrazione in grado
di assolvere tutte le funzioni: costruzione, esercizio, manutenzione. Ma è un
progetto non condiviso: altri membri si oppongono, in nome di interessi
diversi: alla fine Erasmo Piaggio va per la sua strada, fondando una propria
compagnia, il Lloyd Italiano e legandosi al cantiere di Riva Trigoso che
continuerà a produrre navi sotto la regia di Piaggio. L’ambito
della NGI è quello nel quale un altro grande imprenditore agisce, arrivando a
conclusioni simili: è Ignazio Florio. Nello stesso anno in cui il Piaggio
fonda il complesso di Riva Trigoso, l’altro fonda il cantiere navale di Palermo,
una realtà industriale d’avanguardia, sostenuta dai capitali di una famiglia
che poteva nell’epoca considerare la Sicilia alla stregua di una proprietà
privata. Negli stessi anni due realtà si ricollegano al raggruppamento
industriale e armatoriale che fa capo alla NGI: il cantiere del Muggiano, a
La Spezia e il cantiere di Ancona con storie diversissime. Il
primo nasce ad opera di un investimento inglese che si trasformerà nel più grande
cantiere di velieri in acciaio in Italia: dagli scali della Iron & Lead
Co., vengono varati molti delle navi dell’armamento Accame. Ma questo non
basta e dopo alcuni anni di attività il cantiere viene chiuso nel 1893. Nel
1897 – anno strategico per la nascita dei grauppi cantieristici italiani –
Hofer, uno dei componenti del consiglio d’amministrazione della NGI, lo
acquisisce per fondare la SACNM, Società Anonima Cantieri Navali del
Muggiano. Un
paio d’anni dopo, tocca ai cantieri di Ancona: costruiti a partire dal 1843,
avevano avuto il loro momento di auge fino al 1866, quando erano serviti al
Regno d’Italia come principale base navale in Adriatico, considerato che
Venezia era ancora sotto occupazione austriaca: ma dopo la terza guerra
d’indipendenza, molte funzioni erano state trasferite a Venezia che, con il
suo arsenale, era posizione certamente più strategica di Ancona. Era iniziata
così una fase di declino, interrotta solo nel 1899 con la costituzione delle
Officine e Cantieri Liguri-Anconetani. Agli
inizi del Novecento, la situazione della cantieristica si fa più chiara: da
una parte c’è il gruppo dirigente della NGI, con Florio, Hofer e Odero.
Dall’altra c’è Erasmo Piaggio con il cantiere di Riva. I primi tre, allora,
decidono di stringere un ulteriore patto che leghi i diversi soggetti: nasce
così, il 21 gennaio 1906 la Società Cantieri Navali Riuniti, che è il primo
raggruppamento del settore in Italia e nel quale confluiscono le aziende di
Palermo, Ancona e Muggiano. Nel dicembre dello stesso anno, per la contiguità
tra NGI e i Cantieri Navali Riuniti, vengono siglate le commesse per la
costruzione di sei piroscafi (classe Regale-Ducale) la cui costruzione viene
ripartita equamente tra i diversi siti produttivi. Questa
appare la situazione alla vigilia della prima guerra mondiale: da una parte
un complesso di cantieri (Palermo, Ancona e Muggiano) legati alla NGI assieme
al gruppo Odero, dall’altro cantieri prevalentemente militari, come quelli
dello Stabilimento Navale Ansaldo e i Cantieri di Castellamare di Stabia. Con
situazione diversa, gli Orlando di Livorno e i cantieri Piaggio a Riva
Trigoso più strettamente legati alle vicende dei rispettivi gruppi
proprietari. Con
gli anni le alleanze cambiano e, ad esempio, il gruppo NGI divide i suoi interessi
dai cantieri Odero per avvicinarsi, invece, a quelli Ansaldo a cui, alla
vigilia della Prima Guerra Mondiale ordineranno il primo
“super-transatlantico”, il Duilio di
oltre 20000 tsl. Gli Odero, a loro volta, confluiranno in un raggruppamento
siderurgico e cantieristico con i vecchi rivali Orlando e con le Acciaierie
di Terni: vengono poste le premesse per nascita, molti anni dopo, nel 1929,
le Odero-Terni-Orlando (OTO). Sono alleanze che passano anche a livello
internazionale: Ansaldo si accorda con Armstrong, colosso navalmeccanico
inglese, Odero, Terni e Orlando si accordano con Vickers, concorrente del
precedente. Se,
nella storia della cantieristica italiana, un ramo è sicuramente legato a
Genova e alle compagnie che in questa città vi ebbero sede, il secondo ramo
più importante ha origini a Trieste che, a partire dalla seconda metà del XIX
secolo viene individuata come luogo strategico per la costituzione di
officine e cantieri navali in funzione di un porto che nel giro di pochi anni
diventa il principale dell’impero austroungarico . Alla
metà del secolo Georg Strudthoff costituisce la “Fabbrica Macchine
Sant’Andrea” per la produzione di macchine a vapore, negli stessi anni
Gaspare Tonello impianta lo squero
triestino, poi denominato Cantiere San Marco. Nel 1857, Strudthoff e
altri, danno origine a un nuovo cantiere, sull’arenile di Muggia: il San
Rocco. Si organizza così lo Stabilimento Tecnico Triestino che lega insieme
entrambe le attività di Strudthoff che, negli anni ’90, rileva anche il San
Marco, divenendo un soggetto industriale di grande rilevanza, fortemente
finanziato fino alla prima guerra mondiale. A questi, a partire dal 1907, si
aggiunge un nuovo impianto, progettato e finanziato dalla famiglia Cosulich:
il cantiere Navale di Monfalcone, presto denominato Cantiere Navale
Triestino. Per realizzarlo si conduce la bonifica degli acquitrini del
Panzano ricavando così aree che arriveranno fino agli attuali 750.000 mq di
uno tra i cantieri più grandi e moderni del mondo. La
fine del primo conflitto mondiale, l’avvento del fascismo e la grande crisi
del 1929 mettono in grande crisi la cantieristica italiana. Chi ha sofferto
di più è il ramo giuliano, pesantemente colpito dalle vicende belliche, ma
nonostante ciò riesce a ripartire, grazie al ruolo dei Cosulich che,
attraverso la costituzione di una compagnia armatoriale a vapore, per anni
occupano un posto di rilievo nella marineria italiana. Sono gli anni del
primo dopoguerra e, in particolare, i cantieri giuliani portano, oltre alla dote
rappresentata da metodi di lavoro e tecnologie moderne, anche un gusto e una
architettura navale mitteleuropea, che rinnovano profondamente il concetto
della flotta. Ne derivano due navi straordinarie, quali il Vulcania e il Saturnia, destinate a rivoluzionare il panorama marittimo
italiano. Il
primo dopoguerra, vede balzare, in una situazione di crisi, i cantieri più
grandi: Ansaldo, da una parte, vara un quartetto di transatlantici per NGI di
grande rilevanza, sempre più grandi: Duilio
(varato durante la guerra ma completato solo negli anni venti), Roma (a lungo l’ammiraglia della
flotta italiana), Augustus (la
prima grande motonave) e infine Rex. A
questa produzione, a Monfalcone si varano le ricordate Vulcania e Saturnia,
poi le più piccole Neptunia e Oceania: ma anche tre grandi navi per
l’estero, due polacche e lo Stockholm (trasformato
in Sabaudia verrà bombardato e
distrutto ancora all’ancora). Al Cantiere San Marco, invece si dovrà
attendere qualche anno, per arrivare poi con due straordinarie navi: il Conte Grande e il Conte di Savoia, costruiti entrambi per la compagnia Lloyd
Sabaudo di Genova e quindi il Victoria.
Una compagnia di grande tradizione ma che, non aveva interfaccia nella
cantieristica italiana, avendo preferito ordinare le sue prime navi, Conte Rosso, Conte Verde e Conte
Biancamano al cantiere William Beardmore di Dalmuir, in Scozia. Solo il
deciso intervento del fascismo, farà in modo che le nuove navi della
compagnia abbiano la loro sede di costruzione in Italia. La
produzione marittima del primo dopoguerra è vasta e articolata, specialmente
tra il 1922 e il 1932: poi, anche in Italia, subentra la crisi. Si ci rende
conto che la portata dei transatlantici è molto superiore alla reale
consistenza del flusso di passeggeri da e verso le Americhe. Concepite per un
traffico fortemente sostenuto dall’emigrazione, le nuove navi italiane
viaggiano troppo spesso vuote. Nello stesso tempo, malgrado le esigenze della
ricostruzione, non vengono attivitati nuovi cantieri se non il cantiere di Venezia
Marghera, proiezione navale del gruppo milanese guidato da Ernesto Breda. Il
decennio degli anni Trenta appare, in questo senso, fortemente
contraddittorio: da una parte la tradizione genovese e quella giuliana
raggiungono vertici di eccellenza, addirittura mondiale, con il Rex e il Conte di Savoia (e il Nastro Azzurro conquistato dal primo e
sfiorato dal secondo lo dimostrano), dall’altra si apre una stagione di
incertezza, sottoutilizzo e disoccupazione. Un primo segnale di questa
ristrutturazione è la fusione, nel 1925, tra i Cantieri Navali Riuniti
(Palermo, Muggiano e Ancona) con il Cantiere Navale di Riva Trigoso, lasciato
dai Piaggio, e che da origine alla Cantieri Navali del Tirreno (CNT). E’, a
ben vedere, il primo segnale della crisi: i cantieri più piccoli, esclusi
dalle grandi commesse, confluiscono insieme per realizzare economie di scala.
Nel 1929 si costituisce, invece, la Odero-Terni-Orlando (OTO). Una
terza tappa è rappresentata dalla creazione dei Cantieri Riuniti
dell’Adriatico (CRDA), dove confluiscono Monfalcone, San Marco e San Rocco a
partire dal giugno del 1930. Questo non è sufficiente a promuovere un
rilancio: nel 1937, l’IRI, attraverso la Fincantieri, finanziaria di stato
per la cantieristica – sul modello della Finmare, finanziaria prer la flotta
mercantile – assume il controllo di tutti i grandi gruppi cantieristici: e
quindi CNR, CRDA, OTO e la stessa Ansaldo che, barcamenndosi tra commesse
civili e militari aveva proseguito le sue attività. E’ un passaggio
importante, dettato da un’età di crisi: il soggetto unico della cantieristica
prefigura scelte ed economie di scala indispensabili nei momenti di
recessione. La
Seconda Guerra Mondiale, con le sue devastazioni, vedrà la cantieristica
protagonista di pagine drammatiche: dalla distruzione dei cantieri di
Castellamare di Stabia, all’indomani dell’8 settembre (la ricostruzione si
completerà solo nel 1952), e quelli di Marghera, alla parziale distruzione
del Muggiano e di Riva Trigoso, alla difesa nel quadro delle azioni della resistenza,
di quelli di Sestri Ponente, autogestiti dalle maestranze per alcuni anni nel
dopoguerra, Il
dopoguerra e la ricostruzione rappresenteranno uno dei momenti più alti della
cantieristica nazionale: l’esigenza di ricostruire gli impianti e la flotta,
la necessità di adottare soluzioni nuove ed economiche, verranno
interpretate, a tutti i livelli, dai massimi dirigenti agli operai, con
grande spirito di sacrificio. A Monfalcone, uno dei massimi protagonisti è
Nicolò Costanzi che, da direttore del cantiere riesce, entro il 1950, a
demolire il relitto del Conte di Savoia e ad eseguire il refit del
Conte Biancamano, per poi, nel 1951, varare il primo transatlantico
italiano del dopoguerra, il Giulio Cesare. Nel
Tirreno, Ansaldo va riorganizzandosi ed incorpora Muggiano e Livorno. Quindi,
il cantiere di Sestri Ponente, che a partire dal 1947 aveva realizzato le
motonavi della serie “Navigatori”, particolarmente necessarie per esercire un
traffico “misto”, passeggeri/merci, torna alla produzione di grandi
transatlantici, con il bellissimo Andrea Doria, impostato nel 1951,
entrato in esercizio nel 1953 e naufrato in seguito a collisione nel 1956, di
cui ricorre nei prossimi giorni il cinquantenario. A seguire, dagli stessi
scali, si vareranno il Colombo, il Leonardo da Vinci e quindi
il Michelangelo. Nel
1959 la Fincantieri viene ricostituita come Spa e coordina la produzione
degli ultimi grandi transatlantici di line, costruiti tra Sestri Ponente di cui si è già detto, e
Monfalcone: la Raffaello, il Guglielmo Marconi e l’Eugenio
C. E’
il canto del cigno di un periodo storico, legato alla navigazione passeggeri
e all’italian style. Mentre politici, economisti e sindacalisti
discutono di un fenomeno evidente, cioè della contrazione dei traffici a
causa dello sviluppo del traffico aereo intercontinentale, che porterà negli
anni ’70 alla demolizione delle prime navi di linea (e la prima sarà la Giulio
Cesare), per i cantieri è già
crisi. Viene
decisa una indagine governativa, condotta da Giuseppe Caron e sulla scorta
del suo rapporto finale, nei primi mesi del 1966, il governo costituisce un
piano di riordino nazionale che prevede un
nuovo raggruppamento per la cantieristica, denominato Italcantieri –
Cantieri Navali Italiani, in cui confluiscono, per scelta, solo le unità più
solide: Sestri Ponente, che viene così separato dall’Ansaldo, Monfalcone e
Castellamare di Stabia. La
nuova società opera efficacemente e i bilanci tornano in attivo dopo le
passività degli anni precedenti: Italcantieri, società operativa controllata
da Fincantieri Spa, cresce e viene vista come lo strumento essenziale per
governare la riconversione della cantieristica nazionale: nel 1973,
Italcantieri assorbe la società Cantieri Navali del Tirreno e Riuniti, con le
sue sedi di Riva Trigoso, Ancona e Palermo, che versava in gravi difficoltà
finanziarie e nel 1979, i cantieri Breda di Marghera. La
ricomposizione procede e, nel 1984, la Fincantieri si trasforma da
finanziaria in società operativa e assume il nome di Fincantieri – Cantieri
Navali Italiani Spa, che si articolerà con le sue direzioni di Trieste e di
Genova, e i cantieri di Monfalcone, Sestri Ponente, Castellamare di Stabia,
Palermo, Ancona, Muggiano, Riva Trigoso e Marghera. E’ una stagione diversa,
di scelte coraggiose e di rilancio che portano, sulla soglia del XXI secolo a
successi e realizzazioni importanti, esempio per molti in Italia e nel mondo. Pierangelo
Campodonico Genova 9 febbraio
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